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Artale, 'Un Prophète, carcere specchio della società'
Fuori concorso al Lido la serie ispirata dal film di Audiard
(dell'inviata Francesca Pierleoni) La realtà carceraria "non è 'altra', è uno specchio della nostra società in tutti i suoi aspetti, aiuta a comprendere il mondo in cui viviamo". Ne è convinto Enrico Maria Artale, regista di Un prophète, la serie francese in otto episodi (ispirata dal capolavoro cinematografico del 2009 di Jacques Audiard, parte del team creativo è lo stesso) al debutto alla Mostra del cinema di Venezia fuori concorso e in onda su Canal+ nel 2026. Sono in corso anche trattative per la messa in onda in Italia, "sono interessati in molti" spiega il produttore Marco Cherqui, che ha scelto Artale per la regia "perché non aveva timori reverenziali nei confronti di Audiard, a differenza di molti registi francesi a cui avevo proposto il progetto, aveva una sua visione ed era in piena sintonia con gli autori nel voler rendere la storia il più attuale possibile". La serie, girata in parte anche in Puglia (dove è stata allestita la prigione dell'ambientazione marsigliese, con una troupe franco italiana), racconta la storia di Malik (Mamadou Sidibé, per la prima volta sullo schermo), giovane africano, utilizzato come 'mulo' per portare droga a Marsiglia. Tuttavia il crollo del palazzo dove stava facendo la consegna lo fa finire nelle mani della polizia e, visto il rifiuto a rivelare i complici, in prigione. È il luogo dove incontra Massoud (Sami Bouajila), un potente, disincantato e ambiguo uomo d'affari e 'palazzinaro', finito in prigione per un patto politico. L'imprenditore offre a Malik protezione in cambio della sua obbedienza, ma Malik si rende conto di essere solo una pedina. Nel cast, fra gli altri, anche Ouassini Embarek, Salim Kechiouche, Nailia Harzoune e Moussa Maaskri. "Ho fatto una lunga ricerca sulla realtà del carcere francese - aggiunge Artale, che si era messo in luce con film come Il terzo tempo, El paraiso e la serie Romulus - per comprendere quale fosse il rapporto mimetico con le persone. Da un lato volevamo aderire alla realtà, visto che questa è anche una questione politica, ma allo stesso tempo non volevamo farci imprigionare da quell'aspetto e aspirare a qualcosa di universale, etico, con un tratto romanzesco". Per prepararsi, il regista ha visitato le carceri francesi e ha trascorso molto tempo a Marsiglia con ragazzi "che avevano scontato una pena. Così ho imparato anche cose sorprendenti, qualcuno mi ha detto, per esempio, che quello in prigione era stato il più bel periodo della sua vita". Con gli autori "non volevano raccontare i personaggi come animali o vittime ma come persone degne, a volte anche nobili perché a qualcuno di loro quella reclusione aveva anche portato momenti di alta riflessione". Per Artale è stato appassionante confrontarsi "col vissuto di questi ragazzi e dovremmo fermarci a riflettere tanti aspetti". Uno, ad esempio, è che "sono tutti ragazzi, la criminalità ha sempre più al centro una generazione di giovanissimi anche in Francia".
F.Fehr--VB