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Tekla Taidelli, io regista 'maledetta' salvata dal cinema
'Nel mio secondo film '6:06' la vita vince sulla droga'
(di Francesco Gallo) "Ho attraversato la droga, ma alla fine è il cinema che mi ha salvato se no chissà forse avrei fatto la fine di mio padre che si è tolto la vita e a cui ho dedicato questo mio secondo film". Così all'ANSA una torrenziale Tekla Taidelli, milanese classe 1977, regista dalla vita avventurosa che a vent'anni di distanza da 'Fuori vena' (2005), storia d'amore e di tossicodipendenza che aveva debuttato a Locarno, porta sullo schermo '6:06' che dopo aver debuttato alla Mostra del Cinema di Venezia nelle Giornate degli Autori dove aveva vinto il Premio Siae per il talento creativo, è arrivato nelle sale con Lspg Popcorn. Dopo il successo delle uscite a Roma, Milano e Mestre, si è allungata la lista ad aprile dei debutti, accompagnati da una serie di incontri con la regista nei cinema. Fra le altre città dove il film approderà ci sono Napoli, Cagliari, Bologna, Firenze, Brescia, Bergamo, Pavia, Perugia. Se per 'Fuori vena' un film davvero senza speranza, Taidelli aveva avuto la benedizione di Claudio Caligari in persona con un tanto di 'benvenuta tra i registi maledetti', in questo secondo, sempre autobiografico e tossico, "più che la droga questa volta vince la vita" dice la regista. Protagonista è Leo (Davide Valle), ventiseienne che vive le sue giornate in bianco e nero e tra mille lavori precari solo per pagarsi l'amata dose di cocaina. Ma il ragazzo da un po' di tempo è come in un incantesimo che lo porta a vivere sempre la stessa giornata: un maledetto lunedì in cui si sveglia alle '6:06' del titolo. Tutto cambia con l'incontro di Jo-Jo (Li Tourniaire di Mare fuori), una giovanissima francese che porta nella vita di Leo quei colori che da troppo tempo aveva perso e lo convince a fare un viaggio in Portogallo. "Dopo vent'anni porto in scena una completa rinascita. In 'Fuori vena' ero punk, abbastanza estrema, una persona borderline. Ma, ribadisco, il cinema mi ha salvato, se non lo avessi fatto sarei morta o in galera". Come è nata l'idea di questo film? "Nel 2013 ho fondato la mia scuola di cinema di strada dove coinvolgo tutti, anche i barboni, a fare cinema e dove insegno a dare voce agli invisibili e questo con testi di grandi autori, da Shakespeare a Pasolini. In un bando di questa scuola di Street Cinema arrivò a un certo punto l'idea di Leonardo Loberto: 6:06 appunto. Nasce così il mio secondo lungometraggio e per essere anche più precisi il loop in bianco e nero del film è l'idea primordiale di Loberto, mentre la parte a colori l'ho sviluppata io". Com'è cambiato il mondo della droga oggi? "Adesso non c'è più alcuna distinzione. I giovani si fanno di tutto, anche di sintetica, sono degli zombie. Non c'è cultura sulle droghe, non c'è più nulla. Un giovane di oggi poi ha un'attenzione massima di dieci secondi, i tempi di Tik Tok, no, questa non è una generazione forte". Il suo futuro? "Ho scritto un sacco di progetti, una serie in Brasile nata quando lì mi hanno arrestato e poi un film, 'La mia vita nelle tue mani', che racconta invece della mia amicizia con il braccio destro di Vallanzasca, Rossano Cochis. Lui mi ha fatto da padre e io in qualche modo ho salvato lui". Questa la sinossi del film: "Tekla, regista punk alla deriva tra cocaina, alcol e relazioni sbagliate, inciampa nel suo destino: Rossano Cochis, storico rapinatore della banda della Comasina. Lo incontra quasi per caso. Lui la prende in giro, la studia, poi le apre la porta del suo mondo: un bandito vero, massiccio, leale, con 38 anni di galera addosso e una fame di redenzione più grande del passato. Tra Jaguar rubate, pistole sepolte nei parchi, minacce agli spacciatori e serate di eccessi nasce un legame impossibile: lui la protegge come una figlia, lei gli dà una seconda possibilità. Due anime rotte che provano a salvarsi a vicenda".
P.Keller--VB