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Trump irrompe agli Oscar, la crisi ucraina al Dolby
Tra Anora e Porcelain War non mancano spunti di polemica
(di Alessandra Baldini) Donald Trump irrompe agli Oscar e non per The Apprentice, che lo ritrae da giovane, in corsa con gli attori Sebastian Stan e Jeremy Strong. L'esplosivo match verbale ieri nell'Ufficio Ovale con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha portato il caos nella cerimonia di domani che il presidente dell'Academy Bill Kramer aveva auspicato "apolitica" grazie alla conduzione di un comico non partisan come Conan O'Brien. Spillette gialle e blu sfileranno domani sul red carpet del Dolby o invece i divi preferiranno glissare sull'umiliazione di Kiev nel sancta sanctorum della politica Usa in quello che lo stesso Trump, ex star del piccolo schermo al pari del suo antagonista, ha definito un caso di "ottima televisione"? Ben Stiller, che con Trump e con la propaganda russa ha il dente avvelenato essendo stato falsamente accusato di essere "al soldo di UsAid" per un viaggio in Ucraina poco prima dell'invasione, ha messo oggi la bandiera gialla e blu sulla sua pagina X attirandosi nei commenti un fiume di odio Maga. Ma se ieri a Parigi Catherine Deneuve ha dedicato l'intera serata dei Cesar (vinti dal 13 volte candidato agli Oscar Emilia Perez) all'Ucraina, la reazione di Hollywood finora è stata relativamente muta. Tra le eccezioni Pedro Pascal: "Il coraggio ha un nome", ha detto su Instagram la star di The Last of Us postando i colori e una mappa dell'Ucraina e l'hashtag "Leader" accanto a un ritratto di Zelensky, mentre Carrie Coon (The Golden Age) ha accusato il vicepresidente JD Vance, che ha aiutato Trump nella scenata dell'Oval Office, di essere "un vero bastardo bastardo". Zelensky aveva chiesto due volte di parlare agli Oscar e il suo appello era stato respinto per due anni consecutivi dagli organizzatori, nel 2022 e nel 2023, per il timore di privilegiare una causa scottante a scapito di altre. L'Ucraina - e le polemiche sulla guerra - sono peraltro già in corsa ai premi di domani sera. Tra i migliori documentari in cinquina al Dolby c'è Porcelain War che ambisce a fare il bis dell'Oscar di 30 giorni a Mariupol l'anno scorso: "L'Ucraina è come la porcellana, facile da rompere, difficile da distruggere", è il sottotitolo del lungometraggio su tre artisti soldato di Brendan Bellomo e Slava Leontyev che ha già vinto il premio per la giuria al Sundance e quello per la miglior regia dei Dga. Sottotraccia c'è poi la controversia che ha investito Anora, il dramedy di Sean Baker considerato frontrunner per miglior film e che vede Mikey Madison in pole come miglior attrice protagonista. Baker ha impiegato attori russi tra cui Yura Borisov che domani sarà al Dolby tra i candidati a miglior non protagonista per la parte di Igor, uno degli uomini di fiducia del padre di Vanya (il marito di Ani), incaricati di annullare il matrimonio. Era dal 1977 che un attore russo non veniva candidato agli Oscar, quando Mikhail Baryshnikov fu nominato per The Turning Point, e Borisov per questo in Russia è considerato un eroe nazionale. La guerra in Ucraina ha tagliato fuori molti artisti russi dall'Occidente, ma Yura - alle spalle film di propaganda del Cremlino, alcuni girati in Crimea - è stato tra i pochi che sono riusciti a non lasciarsi toccare dalle divisioni. Ha continuato la sua carriera in Russia, senza sostenere né condannare la guerra, mentre in Occidente è riuscito a evitare di essere visto come un rappresentante della cultura russa sponsorizzata dallo Stato.
L.Meier--VB
