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Alex Bodi utsedd till vicepresident för SCANDIC FINANCE-koncernen
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تعيين أليكس بودي نائبًا لرئيس مجموعة SCANDIC FINANCE
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SCANDIC FINANCEグループ、アレックス・ボディ氏を副社長に任命
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SCANDIC FINANCE 그룹, 알렉스 보디 부사장 선임
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亞歷克斯・博迪獲任命為 SCANDIC FINANCE 集團副總裁
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Алекса Боді призначено віцепрезидентом групи SCANDIC FINANCE
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Alex Bodi nominato vicepresidente del gruppo SCANDIC FINANCE
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Alex Bodi, numit vicepreședinte al grupului SCANDIC FINANCE
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Quando Berruti scrisse per l'ANSA 'quei Giochi per cuori puliti'
A 50 anni dalla medaglia d'oro, un suo articolo per l'agenzia sulle celebrazioni
(di Livio Berruti) Nel 2010, Livio Berruti scelse l'ANSA per pubblicare un articolo firmato in occasione delle celebrazioni dei 50 anni dai Giochi olimpici di Roma 1960, in cui il velocista piemontese vinse una storica medaglia d'oro nei 200 metri. Di seguito pubblichiamo il testo scritto in quell'occasione dal campione. "Era il 1960: altri tempi, altro sport. Un'epoca fatta di romantici ingenui con la voglia di emergere, di competere, di tentare la grande sfida. Ma la vittoria, la gara, lo sprint che si consumava in soltanto pochi secondi, non era il momento conclusivo delle nostre vite ma una tappa di un'esistenza piena e fatta di tante cose. Ci sentivamo più puri, fieri di esserlo, avevamo il cuore pulito. Adesso tutto è cambiato, non in meglio purtroppo: il mondo sportivo ha ceduto alla massificazione selvaggia, a una forma di industrializzazione spietata che ha scelto il denaro come suo triste caposaldo. Noi avevamo un approccio dilettantesco se essere dilettanti significa mostrarci semplici, voler essere liberi di rivendicare la propria identità senza l'asfissiante ansia del risultato a tutti i costi. Oggi, se non vinci, se non sei sempre sulla vetta, senza una telecamera che ti riprende o un riflettore sotto il quale esibirti come un burattino, non sei niente. Gli sponsor prevalgono, le logiche di mercato regnano incontrastate: se non arrivi al top, ti buttano via come un oggetto usurato: è la logica 'usa e getta' dello sport contemporaneo. L'atleta non è più padrone di se stesso ma è una particella di un ingranaggio mostruoso: ancora importante ma spesso non unico. E poi, erano anni in cui la piaga del doping non aveva ancora avvelenato il clima, non era quel virus letale che è diventato man mano che il tempo passava. I pochi atleti dopati facevano scandali, erano messi al bando, marginalizzati ed esclusi, costretti alla vergogna. La situazione si è paradossalmente rovesciata, specchio fedele di una società competitiva fino al parossismo. Colpisce come sovente questa spinta venga dalle famiglie - erose dall'ambizione - pronte a tutto pur di vedere i propri ragazzi raggiungere il successo, qualunque sia il prezzo da pagare. Gli anni '60 sono definiti quelli della ricostruzione e dell'ingegno, della poesia e del boom economico, la rinascita dopo la morte di un popolo e di un Paese. Roma aveva un altro colore e un altro calore che prendeva vita nella partecipazione affettuosa, nella gioia dell'applauso, nella curiosità che non si trasformava mai in invadenza e ossessione. Forse posso sembrare pessimista o nostalgico, un Don Chisciotte che continua la sua battaglia persa contro i mulini a vento. Eppure non è proprio così: credo fermamente nei corsi e ricorsi storici e penso che quella Roma possa ancora fare capolino e farsi rivedere, magari grazie al sorriso contagioso, al temperamento travolgente e alla carica irresistibile di quel magnifico campione che si chiama Usain Bolt e di quanti ne seguiranno l'esempio. (di Livio Berruti)"
K.Hofmann--VB