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Stefano Sollima, 'le mie storie violente sono film d'amore'
Il regista vince ai Nastri grandi serie crime con 'Il mostro'
(di Francesco Gallo) Della vittoria del suo 'Il mostro' come miglior serie crime ai Nastri d'argento Grandi serie è contentissimo: "Era una storia complessissima a cui ho dedicato due anni pieni della mia vita", ma se gli si chiede se farà mai un film d'amore, romantico cade dalle nuvole: "Penso già di fare film romantici, per me il racconto umano è sempre romantico. Anche ne 'Il mostro' la componente investigativa, thriller o horror è quasi secondaria rispetto al racconto delle persone". A parlare così all'ANSA è Stefano Sollima, regista delle serie 'Romanzo Criminale' e 'Suburra', di 'Acab' e 'Sicario'. E ancora su questo tema: "Per me resta è una storia profondamente romantica. Ci sono passioni e desideri impossibili. Penso al personaggio di Salvatore Vinci e al suo grande amore represso che ho sempre visto come al centro della narrazione, molto più degli aspetti horror o cruenti". Tornando a 'Il mostro' ha creduto davvero che fosse un contenuto difficile da recepire?. "Il racconto reale di quell'indagine era difficilissimo da adattare perché richiedeva una narrazione costruita su diversi punti di vista. Gli investigatori, che normalmente sono il legame naturale di questo tipo di storie, avevano un ruolo marginale e in parte inconcludente. Era un racconto - continua Sollima - sul male visto dal punto di vista dei mostri, e non è un approccio scontato. Devo dire che Netflix in questo senso è stata coraggiosa nel lanciarsi in un progetto che non era esattamente facile da digerire per un pubblico vastissimo come il suo". Perché tanta voglia di raccontare il male? "Raccontare il male ti aiuta ad averne meno paura, a conoscerlo, a comprenderne i meccanismi e quindi a svelarlo. Il male spaventa quando è incomprensibile, quando irrompe nella tua vita senza una spiegazione logica. Nel momento in cui, attraverso la narrazione, provi a osservarlo e a capirlo, stai cercando di comprendere la natura umana". Oggi nella realtà di tutti i giorni non trova ci sia una sorta di rimozione della violenza? "Ne siamo totalmente circondati. Però raccontare il male non significa celebrarlo. Significa portarlo alla luce, poterne discutere, elaborarlo. E questo lo rende meno astratto e meno spaventoso". Perché nei suoi lavori torna spesso il tema del male e del potere? "Perché, come tutti gli esseri umani, il male mi spaventa. Raccontarlo è un modo per elaborarlo. E poi sono sempre stato un po' ribelle. Da ragazzo il potere era rappresentato dalla famiglia, dagli adulti, dalla scuola. Era qualcosa rispetto a cui cercavo una mia identità, da adulto è diventato interessante raccontare i meccanismi del potere e il modo in cui talvolta questo si trasforma in male. A me piace il cinema d'intrattenimento: credo che l'intrattenimento debba sempre essere al primo posto. Ma se riesci anche a raccontare qualcosa del mondo che ti circonda, allora la sfida diventa ancora più interessante. È una cosa che mi affascina da sempre". Quali sono i suoi riferimenti cinematografici? "Ho visto una quantità enorme di film. Appartengo a una generazione che è letteralmente cresciuta andando in sala. Vedevo anche tre film a settimana. Ma non posso dire ci sia un singolo autore o un'opera che mi abbia cambiato la vita". Ci sarà un Mostro 2? "La storia va avanti per trent'anni, quindi potrebbe continuare in moltissimi modi. Adesso però godiamoci i risultati di questa stagione, che non erano affatto scontati".
U.Maertens--VB