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A Cannes John Lennon, rivive con Soderbergh ed e' piu' attuale che mai
L'ultima intervista poco prima di morire diventa con l'IA un documentario profetico
Di Alessandra Magliaro John Lennon è vivo e lotta insieme a noi verrebbe da dire dopo aver visto in prima mondiale al festival di Cannes l'atteso documentario 'John Lennon: the last interview' di Steven Soderbergh realizzato in collaborazione con Meta e dunque usando anche l'intelligenza artificiale. L'intervista, rilasciata appena qualche ora prima dell'uccisione folle sul marciapiede del civico 1 della 72/a strada proprio davanti a Central Park a New York l'8 dicembre 1980, è già nota e si può riascoltare su YouTube, tuttavia l'operazione di Soderbergh di realizzarne un film utilizzando le immagini di foto pubbliche e private, frame di filmini, spezzoni di concerto mentre sotto si sente la voce delicata del grande di Liverpool inframmezzata dagli interventi di Yoko Ono, mette i brividi. Non c'è un Lennon redivivo o rianimato o diventato umanoide come nel film Sheep on the Box di Kore-eda, per fortuna, ma la suggestione di sentire quelle voci mentre scorrono le loro vite è emozionante e soprattutto per la portata messianica delle parole di John, sulla politica, sulla paternità, sulla relazione di coppia, sul femminismo, sul senso di essere artisti, sul valore della vita extra lavoro, di una attualità, quasi 50 anni dopo, da fare paura molto più dei giochi tecnologici dell'IA ''che comunque sono il 10 % della pellicola'', ha precisato il regista. Chissà cosa sarebbe diventato Lennon ammazzato a 40 anni nel pieno della suo fioritura intellettuale, lui che nell'intervista dice frasi che sembrano il manifesto dei NoKings come ''Non abbiamo bisogno di leader guida popolo, di politici ipnotizzanti dai poteri soprannaturali, perché siamo noi, con le nostre comunità, con la società civile responsabili di migliorare il mondo, di vivere in pace''. Dei Beatles si sa non si butta via niente ed è un continuo fare scoperte, restauri, riproposizioni ma al di là degli innegabili aspetti commerciali di ogni operazione che li sfiori, inclusa questa, c'è da dire che sono pur sempre un materiale musicale e umano incredibile. In sala c'era anche, non a caso, Peter Jackson fresco di Palma d'oro d'onore: a lui si deve un fantastico documentario di pochi anni fa 'Get It back' con il backstage di Let It be, uno spaccato di vita a tratti persino esilarante dei Fab Four e con il famoso concerto spontaneo sul tetto della Apple a Londra il 30 gennaio 1969, ultima esibizione pubblica dal vivo e ora luogo, Savile Row, del neonato museo. Sean Lennon, il secondogenito di John avuto con Yoko, è indirettamente uno dei protagonisti del documentario di Soderberg, ha mandato una lettera che è stata letta all'anteprima mondiale del film a Cannes, sottolineando come ''sia più di un documentario ma di fatto una lunga canzone'' del padre. L'intervista che Soderbergh usa integralmente fu realizzata da una piccola troupe della stazione radiofonica KFRC di San Francisco, unica che Lennon aveva concesso in occasione dell'uscita di Double Fantasy, l'album del suo ritorno. Poco prima al piano di sopra era stato realizzato da Anne Leibovitz per Rolling Stone l'iconico servizio fotografico sulla coppia. I tre della troupe radio si siedono nel salotto dell'appartamento al Dakota Building, moquette bianca per terra, un grande pianoforte al centro e si compie un piccolo miracolo perché John si apre in confidenza a parlare di tutto, non a fare la solita intervista convenzionale sul disco. E' la coppia Peace and Love all'ennesima potenza quando lui parla di come si è innamorato di lei, artista giapponese di avanguardia, vista alla galleria d'arte Indica di Londra, conquistato dalle sue performance, stabilendo una connessione unica. ''Quando ho cominciato ragazzino a fare musica mi sono trovato con Paul in estrema sintonia, gli altri sono venuti dopo. Io e Paul avevamo una energia creativa, una colica creativa anzi, - dice letteralmente - che era in simbiosi. Dopo 12 anni Yoko ha avuto su di me la stessa potenza'', racconta. C'e' molto spazio per il privato: ''La mia giornata tipo? Mi alzo alle 6, caffè e sigaretta, preparo il breakfast per Sean, gli concedo qualche cartone animato come Sesame Street ma non la pubblicità perché ipnotizza su zuccheri e junk food invece noi a casa mangiamo sano, lo porto a scuola, torno a letto, lavoro dalle 13 alle 17, alle 17.30 si cena, poi faccio il bagnetto a Sean e mi vedo un po' di Walter Cronkite alla TV prima di dormire. Yoko? Lei e' workhaolic, lavora sempre''. Una concezione di fare il padre anni luce avanti: ''sono casalingo, ho scelto di dedicarmi alla crescita di Sean prima di una nuova canzone, penso che il lavoro non debba essere totalizzante e la qualità della vita non deve dipendere dal lavoro. Uno dei motivi della fine dei Beatles - riflette - è la macchina infernale che eravamo dovuti diventare per contratto, la musica per me resta arte libera creativa''. Tra le tante curiosità una che non ti aspetti: ''Adoro la disco music''.
W.Huber--VB