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Starmer torna a respingere le accuse sul caso Mandelson, 'non mi dimetterò'
Premier sotto tiro al QT, si fa scudo dietro cavilli legali e 'non sapevo'
Il premier laburista britannico Keir Starmer ha ribadito oggi categoricamente di non avere intenzione di dimettersi, rivendicando di "essere stato eletto dal popolo" nel 2024 dopo "14 anni di caos" dei governi Tory, in risposta agli attacchi delle opposizioni sullo scandalo della nomina politica ad ambasciatore negli Usa del chiacchieratissimo ex ministro Peter Mandelson: noto per le frequentazioni col defunto faccendiere pedofilo Jeffrey Epstein e accusato di legami di consulenza con Russia e Cina. Replicando in tono secco e polemico alla leader conservatrice Kemi Badenoch e ad altri deputati, Starmer ha insistito a farsi scudo dietro l'asserito rispetto formale del processo di verifica delle credenziali di sicurezza nell'iter di nomina di Mandelson. E a scaricare sul neo-silurato segretario generale del Foreign Office, Olly Robbins, la responsabilità di non avergli comunicato le riserve contro la stessa nomina espresse a posteriori dai servizi d'intelligence. Ha poi sostenuto che nella sua devastante audizione parlamentare di ieri di Robbins, in cui questi ha evocato pesanti "pressioni" da parte di Downing Street, non lo avrebbe direttamente smentito, "confermando" anzi la sua versione di non aver mentito né fuorviato deliberatamente il Parlamento su questo specifico punto. Si è quindi limitato a ripetere l'ammissione di responsabilità per "l'errore" di aver scelto Mandelson. Parole che non hanno convinto diversi oppositori, incluso il centrista liberaldemocratico Ed Davey, il quale gli ha tra l'altro contestato d'aver cercato di far nominare ambasciatore sotto traccia anche un altro controverso politico a lui legato: lord Matthew Doyle, più tardi sospeso dal Labour per aver sostenuto in una campagna elettorale un candidato incriminato per sospetti di pedofilia.
A.Ammann--VB