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Egitto, 70 giornalisti in sciopero e sit in da 70 giorni
Salari per l'equivalente di 20-40 euro a fronte di un minimo di legge di 140
Settanta giornalisti di un giornale locale del Cairo con un suo sito web indipendente, Al-Bawaba News, sono da 70 giorni in sciopero e sit-in per chiedere "un salario dignitoso", a fronte di stipendi mensili che si aggirano tra le 1000 e le 2000 lire egiziane (20-40 euro) nonostante il salario minimo stabilito per legge sia di 7.000 lire (140 euro). L'editore, un uomo d'affari egiziano residente in Francia dove possiede un altro giornale e un centro di ricerca, Abdel Rahim Ali, finora non ha ceduto di un passo. In Francia paga regolarmente i suoi dipendenti, mentre in Egitto si rifiuta di applicare il salario minimo imposto dallo Stato e minaccia di chiudere la sede. Dall'inizio di questo sit-in, nessuno di loro ha ricevuto alcuno stipendio dal giornale: sarà loro trattenuto "fino alla risoluzione del problema". Chiedono, legittimamente, l'applicazione del salario minimo legale di 7.000 lire egiziane e il pagamento degli arretrati. Il proprietario non ha accolto nessun invito al dialogo, anzi, il 5 gennaio l'amministrazione del giornale ha chiamato nove guardie di sicurezza private per disperdere con la forza il sit-iniziato nella sede del quotidiano. Sfrattati, i giornalisti hanno cercato rifugio nei locali del sindacato. La battaglia è in corso anche sul piano legale. Secondo Khaled El-Balshy, presidente del Sindacato dei Giornalisti, la direzione di Al-Bawaba ha presentato una denuncia contro sette dipendenti per "manifestazione non autorizzata". Anche due membri del consiglio sindacale, Iman Ouf e Mahmoud Kamel, sono stati presi di mira per la loro attiva solidarietà con gli scioperanti. Il Ministero del Lavoro ha individuato gravi violazioni, ma la sua possibilità di intervento è limitata per la residenza all'estero dell'editore. Il caso di Al-Bawaba News non è un caso isolato. È l'ultimo capitolo di quello che il sindacato definisce "un collasso sistemico della stampa egiziana". Negli ultimi anni diversi editori hanno sfruttato la minaccia di bancarotta come leva per evitare di riconoscere i diritti dei lavoratori.
S.Gantenbein--VB